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Tidy Monster


Foto by Effemme Studio – Roma

 

Cresciuto artisticamente in formazioni come Betty Ford Center (Betty Poison) e Milk White, Massimiliano Amoroso, alias Sailormob, è un bassista, compositore, arrangiatore di grande sensibilità, dotato di uno spiccato senso estetico. Le sue liriche – spesso taglienti –  sono come piccole briciole di pane che raccontando storie e situazioni altre lasciano intravedere il suo profondo universo interiore.

Tidy Monster è il suo primo album solista, distribuito sia in digitale da iTunes che fisicamente da Amazon in ben 68 Paesi in giro per il mondo. Questo è il consiglio che do a tutti:  procuratevi  una copia del disco, mettevi comodi e premete play. Ascoltatelo tutto d’un fiato e poi uscite a fare un giro. Tidy Monster è così ricco di suggestioni che avrete bisogno di metabolizzarlo bene prima di coglierne tutte le sfumature.

Per saperne di più su Sailormob e sul suo disco, vi propongo una breve intervista all’autore.

D:        Mi piacerebbe iniziare con un’ouverture del disco, qualcosa che ci permetta di saperne di più senza toglierci il gusto della scoperta attraverso l’ascolto.

R:        Questo disco è nato da sentimenti contrastanti ed è la sintesi tra la frizione che per forza di cose si può generare tra ciò che potrebbe essere e ciò che invece non è mai. È un disco che definirei primordiale eppure non è parco di lussi e comodi velluti. Un lavoro “cinematografico” composto di 10 piccoli film. Ogni pezzo, anche il più scarno, vive di una trama. Tidy Monster è netto, sincero quanto più è possibile, tanto che ad ogni track mancano davvero solo i nomi dei protagonisti per ricostruire fatti o individuare persone che hanno fatto, negli ultimi 10 anni, la mia vita.

D:        La prima volta che ho messo su il disco sono stato colpito soprattutto dalla varietà di sfumature che si percepiscono. Sfumature che riguardano liriche ed atmosfere sonore. Ne viene fuori quello che sembra essere un viaggio all’interno del tuo universo musicale. Sei soddisfatto del risultato ottenuto? Cambieresti qualcosa?

R:        A rischio di sembrare troppo sicuro di me (cosa che non sono mai), posso dirti che dopo tanti anni di musica ed esperienze in studio ho fatto il disco che avrei voluto fare. È uscito esattamente come lo avevo pensato. Un disco progettato sotto tutti i punti di vista per essere così come lo ascoltiamo. Le tracce sono state registrate dal vivo, nessuna diavoleria elettronica a sofisticare  quanto di spontaneo, vivo e pulsante stavamo via via mettendo in campo. Questo è stato possibile anche grazie alla qualità del mio “compagno di merende”, Marco Schietroma, che essendo un batterista in grado di suonare perfettamente sul click (senza quindi il bisogno di editare le tracce), mi permette di essere sempre molto sicuro di quello che sto facendo e il risultato credo sia evidente in termini di spontaneità dell’esecuzione e del suono finale che ne viene fuori (vedi  The Hammer Touch). Crediamo di aver fatto un buon lavoro, diteci voi se è così o meno.

D:        Come hai appena detto, hai costruito un progetto del tutto privo di fronzoli. Nessuna sovraincisione superflua, nessun effetto sonoro a sproposito. Tutto quello che c’è è assolutamente funzionale alla struttura e al senso dei pezzi. Un lavoro pulito.  Questa caratteristica dipende da una naturale inclinazione della tua personalità, da una scelta stilistica o dal tuo personale vissuto musicale?

R:        Il disco è oggettivamente così: netto, chiaro, che va sempre al punto. Tidy Monster non vuole essere niente di più di ciò che è. Composto essenzialmente di canzoni (fatta eccezione la lunga coda di The Berliner) in cui ci siamo concessi il gusto di una divagazione noise che forse da sola è il miglior biglietto da visita di questo cd. Non abbiamo pensato ad uno stile, non abbiamo pensato (come spesso sento dire/fare a molti produttori) ” facciamo un disco come…”. Avevamo delle cose da dire e le abbiamo dette, anche se poi è ovvio che nel processo creativo sono entrate in gioco le sonorità e le influenze che da sempre respiriamo.

D:        The Berliner è un tributo a Lou Reed. Cosa gli devi? In che rapporto sei con la sua musica?

R:        Credo sinceramente che Lou Reed stia alla musica rock come Sodoma (il pittore) stia al Rinascimento italiano. Magari è una figura più laterale rispetto a Beatles e Rolling Stones, eppure assolutamente  fondante. Se si va nel concreto si scopre che la produzione dei Velvet Underground consta di pochissime composizioni, eppure la scrittura di Reed (specie se accostata agli arrangiamenti di Cale) è di una qualità tale da essersi guadagnata di diritto il “terzo gradino del podio”. In generale tutta la sua produzione è così densa da essere stata fonte di ispirazione praticamente a tutta la musica che mi piace. In un ipotetico albero genealogico vedo con chiarezza un ramo che nasce da Mr Reed, si sviluppa nel lavoro dei Sonic Youth per fiorire negli Yeah Yeah Yeahs. Mi diverte pensare che collegato ad essi ci possa essere io, un insetto in qualche modo appeso ad un loro petalo.

D:        Quali altri artisti hanno influenzato il tuo disco?

R:        Nel recensire il disco uno dei siti più autorevoli in Italia, Rockit.it, mi cita come una strana creatura a metà tra Les Claypool e Jack White… come a Natale, quando con gli amici satolli si finisce col giocare a sette e mezzo, a te esce la “matta” e una figura: “IO STO!”

D:        Nel corso della tua carriera hai militato in molte formazioni: Betty Ford Center, Milk White, First Class Mob e Stevedore, solo per citarne alcune. Com’è stato uscire fuori dalla logica della band e lavorare ad un progetto solista? Cosa cambia nel processo creativo?

R:        Io sono un “animale da band” (o forse un animale e basta!), mi piace tutto dello stare con gli altri, persino i diverbi che la convivenza esaspera. La mia fuoriuscita, almeno in due delle formazioni che hai citato, è sempre stata dettata dalla presenza di qualche elemento alieno che, venuto in contatto con la band, ne ha alterato gli equilibri. Non ritrovandomi più coinvolto a pieno ho preferito allontanarmi (anche se emotivamente mi è sempre pesato moltissimo). Se ripenso alla mia vita musicale sento di aver militato davvero soltanto in tre band: gli Apprendistato, i Betty Ford Center e i Milk White. Per loro avrei dato il mio sangue ed ho oggettivamente rinunciato a tantissima parte del mio tempo e della mia vita privata. Ma non rimpiango nulla. Con queste persone ho passato momenti bellissimi e sono grato a tutti per quanto di bello si è vissuto insieme. In fondo, se è vero che questo è un “progetto solista”, se si va al la sostanza delle cose, ci si accorge che senza Marco questo disco non sarebbe ciò che è, e pertanto inquadro anche questa mia esperienza come un progetto di condivisione, con lui e con gli altri amici che ho voluto su questo cd.

D:        C’è un pezzo del disco a cui, per qualche ragione, sei legato in modo particolare?

R:        Sì. Il pezzo di chiusura dell’album: Brazzaville. Se in tutte le altre tracce parlo di qualcuno in modo specifico (giocate voi a “chi è chi”), la numero 10 è la più autobiografica. È quella in cui la rabbia, ormai sopita, si fa amarezza. Prende spunto da Casablanca, un classico del cinema che tutti conosciamo, almeno nella sua parte iconografica. Di quel film era stato previsto un sequel di cui era già stata definita l’esatta sceneggiatura. Il titolo del film avrebbe dovuto essere, per l’appunto Brazzaville. Il personaggio di Humphrey Bogart è molto più complesso di quello che sembra. Il finale di Casablanca è glorioso, ma quanti hanno davvero compreso il peso della scelta di Rick?! In fondo, scrivendo questa canzone, è come se avessi riposto un seme di speranza sul fatto che trasferendosi a Brazzaville possa avere trovato anche lui un po’ della tranquillità che gli era mancata in quei giorni in Marocco.

D:        Alcuni dei tuoi pezzi, come My Geisha, Lauren Hutton, Brazzaville, Dildo Rules prendono spunto dal mondo della letteratura e del cinema. Come sono nati?

R:        Come ti dicevo: vedo un po’ tutte le tracce di questo disco come dei piccoli racconti cinematografici. Di Brazzaville ti ho già parlato mentre posso dirti che My Geisha prende spunto dall’originale di Cardiff. Se no lo avete visto, fatelo… in senso lato è una canzone “risposta”…  in qualsiasi caso Shirley McLaine , dopo averla vista in quel film, non può non rimanere nel cuore! Discorso completamente diverso vale per Dildo Rules. È stata la prima canzone ad essere stata scritta. In fondo è un “omaggio” all’industria del porno. Una volta il porno era trasgressivo, era qualcosa che si ricercava, ammaliati dal fascino della trasgressione e del peccato. Ora tutto è pornografico. Mi capita spessissimo di vedere gente in giro vestita in modo molto più audace di qualsiasi pellicola degli anni ’80/’90. È saltato tutto. Un intero sistema di valori che relegava la sfera prettamente pornografica in uno scantinato in cui ricercare lascivia e corruzione.  I nostri costumi sono cambiati. Siamo tutti più liberi e disinibiti ed io non voglio giudicare se è un bene o se un male. Rimango un osservatore imparziale, che però un interrogativo se lo pone: siamo sicuri che lo stato delle cose ci rende più liberi o in realtà stiamo solo esibendo ciò che ci manca nei fatti? Ed ecco che allora arriva Lauren Hutton, con la voglia di infrangere (complice un sogno molto strano che ho messo in musica il mattino seguente) uno dei pochi veri tabù della nostra società, ossia la vecchiaia. Nessuno può più permettersi di invecchiare. In questo quadro anche i comportamenti sessuali cambiano. Nella track c’è un ventenne che si innamora della famosa attrice ormai agée. In fondo può succedere anche questo, giusto?