Dell’essere Gay A New York

Trovo che la “normalizzazione” della vita gay -benchè sia uno standard cui tutti i gay tendono- sia di una noia mortale. Abbandonare quella dimensione trasgressiva propria dell’essere il cavolo a merenda è una perdita di conoscenza e di tragicità.

“Bisogna sedere sull’attimo” scriveva Nietzsche. Una rassicurante cornice borghese (vita di coppia, solido conto in banca, amici nel mondo della finanza e del belcanto…) non serve a tenere lontano il dolor vitae ma solo ad anestesizzare. Si tratta di barattare un po’ di felicità con un po’ di serenità. (ma la felicità è stare sulla corda?) (ma la normalizzazione è serenità?)

LG, NY

Morirei Di Serenità, Con Lo Sguardo Rivolto Al Cielo, Trafitto Da Sensazioni Islandesi

Non ho la più pallida idea del motivo che mi porta a desiderare  quel posto e forse scrivere mi aiuterà a scoprirlo e a capire me stesso. E poi spero sempre che qualcuno mi dia una mano.  E, infatti, come mi suggerisce Bonhomme, una risposta me la regala Deleuze: mi “…manca la resistenza al presente”. La verità è che non ho mai calpestato un solo granello di quella terra. Non so quanto sia freddo portare avanti un passo tra quelle distese innevate, non so che odore possa avere il vento che soffia da quelle parti e non riesco ad immaginare che sapore possa avere l’acqua che sgorga vicino a quel vulcano. Se ci penso bene, non credo di aver capito ancora che colore abbia la sua aurora boreale e non so quanto possa esser meraviglioso, e allo stesso tempo fastidioso, il sole di mezzanotte. E la cosa più bella è che la sogno spesso ma non riesco mai a ricordare nulla di preciso, come al solito. So soltanto che mi sveglio e resto per un pò in un angolo del letto, con le braccia che mi tengono strette le gambe. E mi restano solo sensazioni, sensazioni islandesi.

Ed è nei miei sogni che sento quell’odore di legno. Forse perchè sogno quelle case col tetto colorato che mi trasmettono serenità e calore. Chissà, forse Hanna mi saprà dare una risposta, forse anche lei lo sente nella sua Islanda.

E probabilmente è “colpa” di Hanna se di quei sogni ricordo anche un suono che per lei sarà sicuramente familiare: è quello di una slitta che solca la neve tirata da uno splendido cagnolone. Ti invidio Hanna. Ti invidio quando ti sento chiamare il tuo cane mentre l’altro ti tira sulla slitta e mentre sento quel suono. E spero sempre di poterli vedere, mentre si rotolano nel bianco, stanchi e felici, dopo aver corso per regalarti odore di neve mentre fili via veloce.

Insomma, non l’ho mai vista nè annusata questa benedetta Islanda! Ma il solo pensiero di poter stare lì, sdraiato su un prato, con lo sguardo rivolto al cielo, mi regala serenità.

Ecco perchè mi aiuta scrivere: capisco sempre più me stesso. E capisco che, probabilmente, la serenità è ciò che manca alla mia vita. E chissà, forse è custodita proprio in quei paesaggi, in quelle case di legno, in una corsa in slitta tirata da un cane. Una cosa è certa però: se non distruggo il mio presente non lo scoprirò mai.

E’ proprio vero Bonhomme, amico mio, non sono ancora un bravo “partigiano del mio presente”, non so ancora fargli “resistenza” ma ti assicuro che ci sto provando. E forse un giorno ti scriverò e le mie parole ti racconteranno del bianco d’Islanda e avranno l’odore della serenità.