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Ciao Compagno

Torno or ora da una funzione “religiosa” per dare l’estremo saluto a un compagno che, per correttezza verso di lui, non chiamerò per nome ma ricorrerò a sostantivi a lui adatti.

Esperienza surreale. Mi hanno avvisata che l’avremo salutato in chiesa e quando l’ho saputo sono rimasta allibita conoscendo bene quanto  “l’anima” fosse lontana da quel luogo avendo manifestato apertamente d’esser ateo convinto.

Ma quando muori altri decidono per te, a meno che tu non abbia abbastanza soldi per depositare le tue volontà da un notaio e “gioia” soldi non ne aveva proprio, era povero (solo di danari).

Quando ricco o abbiente non sei, tocca che t’adatti anche da morto e rimani costretto a subire proprio ciò che in vita mai, e dico mai, avresti accettato.

Inizia la funzione e scopri subito che, danno alla beffa, ti è toccato il prete balbuziente e l’organista-corista stonata e tutto comincia a diventare davvero ridicolo. Si aggiunge il fatto che la platea non pare avvezza ai riti e rimane seduta tanto da costringere in seguito il tartaglione a dirigere le alzate e le sedute.

Un’accozzaglia di gente che sta là unicamente per salutarti solo perché, per povertà, non c’è un altro posto decente per farlo. I parenti giunti da fuori, precari della vita come te, “profumo”, hanno trovato accoglienza in questa chiesa di periferia con il parrocco mangiaparole e la corista frustrata.

Caro “amico”, mi è sembrata un’ingiustizia ma, a poco poco, ho cominciato a sorridere pensando a cosa avresti detto e fatto e subito mi son tornate in mente le tue vignette e son diventata blasfema pure io e quando è arrivata la lettura con il passo di Matteo “ Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! “ ho raggiunto il top e mi sono immaginata che cosa avresti detto e la vocetta canzonatoria.

Lo so, è irriverente, ma anche obbligare un ateo a subire una messa che non vuole, lo è.

Perché per assurdo che paia, un ateo crede quanto un cristiano e la sua fede, anche se diversa, appartiene a quella degli uomini d’onore e proprio non dovevano fartelo questo affronto.

E sarà che un poco pazza e molto fantasiosa lo sono, ho aspettato un segno e … è arrivato.

Booom

Al momento della comunione, un allarme in lontananza ha coperto il gracchiare della corista che andava scemando di suo perché è saltata l’elettricità.
Combinazione forse ma per me e Cesarina, che ci siamo guardate negli occhi e abbiamo sorriso con tutti i muscoli della faccia, è stato il segnale che la tua fede è uguale alle altre e che eri venuto a ribellarti.

Una, due, tre volte e andata via la luce. E’ tornata dopo che tartaglia t’aveva inflitto l’acqua santa e sembrava un rito esorcista quando si sono riaccese le lampadine. Hanno liberato l’indemoniato, hanno liberato l’indemoniato ….  e invece no, zac, si sono rispenti quei brutti ceri elettrici e tu eri là con noi.

Mi aggrappo forse all’immaginazione perché non riesco a darmi una spiegazione al perché sei dovuto andare via tanto in fretta e tanto ingiustamente. “Compagno”, non è giusta mai la morte e men che meno per te che già avevi tanto patito e mai avevi abbassato la testa, conservando la dignità e mai perdendo i valori in cui credevi. Tiravi avanti con la pensione, nonostante la giovane età, e qualche giornata finchè la salute t’ha accompagnato, senza mai chiedere favori a nessuno.

Disponibile e pronto per tutte le manifestazioni a sfondo sociale, banchetti e raccolte firme, gruppo di acquisto solidale, hanno fatto di te quell’esempio che la politica odierna dovrebbe osservare ed emulare. Impegno senza tornaconto.

Sto qui a scrivere di te e forse sbaglio perché magari saresti voluto andare via, così, in silenzio, garbatamente, senza dare nell’occhio ma meriti quell’attenzione e quel risalto che gli esempi debbono avere.

Fuori ad attenderti tutti i compagni ti hanno salutato come meritavi, con le bandiere rosse ed il pugno al cielo, in silenzio e nel cuore di tutti un’unica frase: Hasta la Victoira, compagno … siempre.

Il Desiderio Nell’Immaginario Politico: Il Berlusconismo. [Parte 1]

Silvio Berlusconi può essere considerato il più importante “fenomeno”, italiano ed europeo, sul piano del linguaggio della politica e su quello delle tecniche di persuasione fondate sull’applicazione dei concetti e dei metodi del marketing politico alla propaganda elettorale.

Berlusconi ha rappresentato per l’Italia un notevole fenomeno di innovazione nel linguaggio della politica proprio perché ha riprodotto nella sua struttura essenziale una “lingua degli affetti” contrapposta alla lingua dei ragionamenti freddi tradizionalmente parlata dai potenti in tutta Europa, specialmente in Italia.

Dal biennio 1993/1994, quando Berlusconi “scese in campo” e vinse le elezioni, tenendo conto delle caratteristiche che aveva all’epoca il linguaggio della politica, il suo approccio ha segnato una sorta di rivoluzione culturale, di Big Bang comunicazionale di cui si è sempre sottovalutata la portata.

La comunicazione di Berlusconi, rispetto al linguaggio sclerotizzato e stantio, oscuro e sapienziale dei vecchi partiti, ha rappresentato un ciclone semiologico, modificando in profondità il modo di raccontare la politica, di riproporla ai suoi fruitori.

A 16 anni di distanza, la critica del linguaggio politico tradizionale, di quello giornalistico-politico e di quello burocratico è largamente di dominio comune e vi è consenso generale sul fatto che oscurità e complicazione sintattica e lessicale caratterizzano, in senso negativo, questi linguaggi apparentemente specialistici.

La neolingua di conio berlusconiano è diventata progressivamente, anche, una solida neopolitica.
Il suo linguaggio era ed è, tuttora, sintatticamente semplice, con periodi poco contorti e brevi, formati da un numero limitato di frasi subordinate; i termini usati sono chiari, appartengono in genere al linguaggio quotidiano (in caso contrario sono spiegati nell’ambito del discorso stesso); le parole vengono utilizzate per illustrare dei precisi concetti, semplici o complessi che siano, belli o brutti che possano apparire. In aggiunta a ciò, Berlusconi ha cercato costantemente di rendere più fascinoso il suo messaggio ricorrendo a un’impostazione emotivamente ricca e, talvolta, vagamente misticheggiante, quasi fosse alla ricerca di un rapporto messianico con il proprio elettorato.

E questa neopolitica è diventata sempre più simile a uno spettacolo di fiction (all’inizio avvincente, in qualche caso anche divertente, dissacrante, e negli ultimi anni, invece, teatrino delle forme più becere di sessismo e di svuotamento semantico delle parole), a una storia destinata al lieto fine sia pure dopo una serie più o meno avvincente di sfide e di colpi di scena.

Berlusconi ha imposto alla politica italiana un nuovo format: quello di un leader fortemente connotato in termini supereroici e superegoici – il grande imprenditore, il grande comunicatore, il grande realizzatore, il grande capo politico e, per quanto riguarda il suo rapporto con la magistratura il grande perseguitato – ma al contempo capace di parlare lo stesso linguaggio della gente semplice, del più umile fra gli elettori, un leader al tempo stesso eccezionale e normale, irraggiungibile e vicinissimo.

In una società schiacciata ad un unico ceto medio culturale, il format creato esprime un leader ieratico che, infatti, si presenta in pubblico indossando vere e proprie “divise”, sempre uguali a se stesse, e che cura nei dettagli la sua immagine e la perfetta coerenza e riconoscibilità delle proprie manifestazioni, in cui tuttavia anche l’uomo comune possa identificarsi più che in qualunque altro personaggio della politica nazionale.

Il tutto cercando di massimizzare il contrasto (d’immagine, di contenuti, di stile) con la concorrenza elettorale, tendendole periodicamente opportuni tranelli comunicativi: provocazioni, in parte volute, con l’obiettivo specifico di spiazzare l’avversario e di costringerlo a scoprirsi e a muoversi su un terreno a lui non favorevole.

La “schismogenesiè la più grande astuzia comunicativa di Berlusconi che consiste proprio nella sua attitudine alla provocazione: con dichiarazioni spesso paradossali egli costringe l’avversario a fare il suo gioco, a perdere la concentrazione, a smettere di occuparsi del proprio programma per trasformarsi in un semplice inseguitore del ciclone di Arcore. Tutto questo fa parte di una tecnica di cui il Cavaliere è certamente il maggiore e migliore interprete sullo scacchiere italiano e, comunque, uno dei più validi anche sul piano globale della politica mondiale.

La semiologia berlusconiana, attraverso il ricorso a forme e termini emotigeni, riesce meravigliosamente a indurre nel pubblico una situazione di marcata condivisione emotiva (emotional sharing).

Mentre gli altri politici sono freddi, distanti, lontani dalla sensibilità dell’uomo comune, Berlusconi è caldo, accessibile, vicino al sentire della gente normale che si guadagna faticosamente da vivere.

Nel 1994 e nel 2001, se pur con una grandissima differenza, questo meccanismo ha funzionato: una quota significativa dell’elettorato – in particolare di quello mobile, deideologizzato, senza più marcate appartenenze – gli ha creduto ed è stata sedotta. E’ stata coinvolta da un messaggio e da un linguaggio che, nonostante gli evidenti elementi “fiabeschi” che esso ha sempre avuto, era ed è tuttora, dotato di un senso psicologico, e al tempo stesso più intenso e più immediato, delle elaborazioni culturalmente “colte” dell’establishment di centrosinistra.

Sino ad arrivare al biennio 2006/2008, quando la sinistra ha deciso di avviare un’eutanasia di se stessa attraverso una retorica inconcludente e insopportabile e trasformando Berlusconi in qualcosa di simile a un moderno monarca costituzionale.

L’exploit comunicativo e politico di Berlusconi è stato favorito anche da un processo sistemico su scala sopranazionale di crescente sensibilizzazione verso la “semplificazione culturale” nelle opinioni pubbliche mondiali.

Dopo una lunga stagione dominata dal razionalismo illuministico, ha preso vita l’avvento della società dell’incanto contraddistinta da una maggiore incidenza dei fattori emotivi, da una riduzione del principio di realtà a favole del principio del piacere/desiderio (da cui deriva fra l’altro l’atteggiamento estetizzante che si traduce nell’aumento esponenziale avuto nell’ultimo decennio dal mercato della chirurgia estetica ) e da una maggiore propensione collettiva alla persuasione attraverso l’affabulazione.
Inoltre, è in atto una crisi, dagli anni novanta ad oggi, che segnala il passaggio dell’era consumistica classica a quella post o neoconsumistica e ridisegna la figura del consumatore imponendone la centralità del sistema di produzione, di comunicazione e di vendita.

Dopo Tangentopoli e il crollo del sistema partitocratico, l’immaginario collettivo italiano è stato contraddistinto da tratti nevrotici, con spiccate componenti di ansia e di insicurezza. Seminando paura nell’inconscio nazionale, la reazione è stata una chiusura nella richiesta e nella ricerca di protezione del proprio ego, con minore disponibilità alla collaborazione, alla tolleranza, alla solidarietà. La tensione collettiva è sfociata nel desiderio di auto protezione, con un aumento della tendenza alla diffidenza e alla chiusura. Hanno cominciato a farsi strada, nell’inconscio collettivo, la speranza e il desiderio che una risposta rapida ed efficace a questa situazione di emergenza potesse consistere nell’affidarsi a qualcuno.

Ne è risultata una delega forte a una personalità sufficientemente carismatica, che potesse bloccare il processo ansiogeno, arrestare la caduta del sistema e, infine, consolidare un nuovo potere. A costo anche di sfociare in qualche rischio di evoluzione leaderistica.

Berlusconi ha raccontato che era giusto, e anzi necessario, dare fiducia a un nuovo soggetto politico, non compromesso con il passato. A un popolo irrigiditosi mentalmente ha proposto un pacchetto politico all’insegna della promessa di semplificazione, del decisionismo, della concretezza. A un popolo regredito metaforicamente a una condizione d’infantilismo collettivo ha proposto l’antidoto simbolico del Grande Costruttore, del leader fortunato e capace, del personaggio quasi senza eguali nel panorama mondiale. Una favola, un’iperbole, una mitologizzazione personale se letta con gli occhi della mente razionale.
L’idea giusta al momento giusto, se letta, invece, con gli occhi della mente intuitiva/emotiva e interpretata con le categorie della psicopolitica.

Non solo. Quando Luigi Crespi e Michelangelo Tagliaferri ridiedero vita, nel 2001, a un Berlusconi distrutto dalla prima esperienza di governo e di opposizione, fecero un’operazione diabolica. Con delle tecniche estremamente riservate chiamate koenemiche, misurarono la semiosi del desiderio ovvero individuarono il desiderio che Berlusconi mobilitava negli immaginari. Nella semplificazione estrema del concetto, Berlusconi non arrivò a vendere le sue aziende perché sarebbe diventato un politico come tutti gli altri. E la sua campagna elettorale non fu ideologica ma di interesse e pragmatica. Cioè il priming – ovvero lo schema cognitivo ridondante e primario – costruito era: “devi votare Berlusconi perché ti abbassa le tasse. Ti dà lavoro. Non ruba perché è già ricco. Forse ha fatto degli errori, però ti fa guadagnare più soldi”.

L’uomo circuito dal Berlusconesimo è, in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiederà mai di diventare ciò che egli è già. In altre parole, gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze.

Poiché uno dei compensi narcotici cui ha diritto è l’evasione nel desiderio, gli vengono presentati di solito desideri stereotipati dell’uomo di successo, ricco, virile e sessualmente attivo, tra lui e i quali si può stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede, però, a far sì che questi desideri siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose.

L’ideale da creare come framing nella mente dell’elettore berlusconiano è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come quando si indossa, per alcuni minuti davanti a uno specchio, un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

È il desiderio, il cavallo di troia del Berlusconismo.

Nessun potere smetterà mai di dare un equilibrio insofferente e repressivo dei desideri della collettività, né rinuncerà a stabilire quali sono i desideri che bisogna desiderare e i bisogni che è opportuno e onorevole nutrire.
Sia il piacere che il desiderio si fondano sul movimento originario e autonomo della creazione.

I rapporti tra desiderio e bisogno vengono quindi completamente ribaltati: nella prospettiva di Deleuze il desiderio è produzione di realtà e il bisogno deriva da esso e dal suo potere creatore. Nel Berlusconismo il desiderio produce framing e consenso.
E’ il desiderio a funzionare da vettore tra produzione e rappresentazione, è il desiderio ad essere minaccia rivoluzionaria eppure perversione gregaria, desiderio di sussunzione. La normalizzazione del desiderio nel Berlusconismo è potere di controllo e appiattimento del sogno al presente, nell’individualismo più egoista e sfrenato.

L’immaginario è una regione del reale, discosto dall’attuale, e il regno delle immagini sta nel dominio del reale.
Con le immagini Berlusconi parla, con le immagini Berlusconi crea immaginario, e con l’immaginario incatena il desiderio, rendendolo sterile, senza alcun principio di potere e di creazione.

Il desiderio diventa il luogo precipuo d’intervento del potere di rappresentazione sociale.

In Berlusconi c’è uno sguardo tutto rivolto al macchinario, alla produzione di desiderio, all’unità di produzione del desiderio.

Nel suo becero e ridicolo comportamento degli ultimi anni, ha spesso evidenziato la capacità più geniale di spostare l’attenzione della collettività dai problemi, richiamando i desideri più nascosti ma evidenti e comuni degli Italiani. Desideri che lui soddisfa con escort e minorenni, desideri che la maggior parte degli italiani non può soddisfare.

Ma tutto questo l’ha sempre rafforzato e, per il principio di funzionamento retorico della schismogenesi, ha sempre indebolito la sinistra e i suoi avversari. A una sinistra che va a trans o che è omosessuale, Berlusconi oppone i desideri degli italiani, desideri che ha cullato, nutrito attraverso 30 anni di emittenza televisiva privata.

Le showgirl seminude, le veline giovanissime, le modelle e il gossip mondano sulla loro vita da una parte e l’ambizione per una vita di ricchezza e di visibilità mediatica dall’altra, hanno sempre nutrito negli italiani il desiderio di essere Berlusconi.

In tutto questo, “meglio le donne ai gay” è un meme esistente già nella testa dei maschi italiani. Uno stereotipo maschile, macho e virile. Non indebolisce Berlusconi nei confronti del suo elettorato ma lo aiuta a nascondere la sua debolezza e la sua vera impotenza politica nell’affrontare i problemi che affliggono l’Italia, un tratto che però sembra essere ancora lontano dalla testa degli italiani.

Il Senso Del Non Senso Credo Non Abbia Senso

No, non era neanche quella la strada giusta. Mi ero davvero perso. Il problema è che sembravano tutti uguali quei viottoli. E fu proprio vagando in quel labirinto di cervello che incontrai un nano alto tre metri. Sì, era proprio un nano ma era alto tre metri! Allora, fermai la mia barchetta a vela: nuova nuova, quasi vecchia, 4 ruote motrici. Allungò il collo verso di me e chiese: “Scusi, per Rovigo?” Ed io risposi, col tono di chi è convinto ed annoiato dell’ovvietà del suo dire, che, almeno per il momento, non esisteva alcun nesso tra la circonferenza di un cactus e il carro armato di Napoleone ma che mi sarei sforzato di trovarne uno! Mi guardò basito, fece spallucce e andò via.

Poi sentii un mormorio provenire dall’alto. Erano due nuvole. Le ascoltai con attenzione. Una diceva all’altra: “cerbiatto, cerbiatto!” E allora l’altra, inorridita, stizzita e presa dal panico, si suicidò con i chiodi! Orrore! Sgomento ripresi la mia strada.

Questa vela tira troppo a destra, pensai. In effetti, mi sono chiesto mille volte come mai ho così voglia di girare a sinistra. E allora giriamo a sinistra, mi dico! E cosa vidi? Proprio lui, il cactus! “Non posso misurare la tua circonferenza ora, – gli urlai – sei troppo spinoso!” Si offese. E io allora mi chiesi: ma i coccodrilli che appartengono allo stato di diritto laveranno il bucato a secco? Bah! Quì c’è qualche quadra che non cosa!

Finalmente, un senso di soddisfazione mi pervase. Parcheggiai la mia barchetta a vela sotto casa di Nino d’Angelo che mi salutò cameratescamente dal balcone ed uscii da quel cervello ormai in fumo. Andai via, pensieroso, con la coda attorcigliata ad una zampa.

Egitto. Gomma.

Sveglio!