Sara

Un Cane A Tre Zampe.

 

L’asfalto bollente mi tiene appiccicate le scarpe a terra come se avessi cosparso le suole di bostick. Ora mollo lo zaino e mi tuffo in questo schifo di rigagnolo purulento che scorre parallelo alla strada. Alzo un braccio sudato e mi detergo la fronte sudata mentre continuo a piazzare un piede avanti all’altro pur di avere l’illusione di stare andando da qualche parte. La verità è che non so più dove cazzo sono.

L’altra notte in quel motel di Paloompa un topo, o un altro maledetto animale, mi ha fatto un buco grosso come la testa di un vitello nella mappa. Ora mi ritrovo da qualche parte in quel buco. Ci saranno 50 gradi all’ombra ma non posso saperlo: oltre quella improbabile che proietto io non c’è un solo albero, un palo, una torretta di avvistamento UFO che faccia mezzo metro quadro di ombra sotto cui ripararmi almeno per un po’.

Questa maledetta strada deserta che spacca a metà dio solo sa che parte di mondo.

Faccio altri dieci passi, forse dodici, e mi giro di scatto. Niente. Ripeto il trucchetto cercando di convincermi che il dio serpente del deserto del Gobi – protettore degli autostoppisti con un buco nella mappa – ascolterà le mie preghiere e farà apparire all’orizzonte un qualsiasi mezzo a due o quattro ruote a salvarmi da questo inferno.

Niente.

E fanculo anche al dio serpente del deserto del Gobi.

Poi la vedo. Distante e sfocata, appena un bagliore liquido sul nastro bruciato della carreggiata, più un miraggio che una speranza. Magari poi nemmeno si ferma e io sarò costretto a morire qui, sul ciglio del nulla, buono solo ad ingrassare scorpioni. Alzo il braccio e tiro fuori il pollice delle migliori occasioni. La macchina è una Buick del ’67 o del 2030 che tanto io non ci capisco niente. Il tipo accosta e si ferma una decina di metri dopo di me. Lo raggiungo, apro la portiera e dico salve. Salve, mi dice lui senza voltarsi.

Strano.

Salgo e dico: “Grazie di cuore, se non si fosse fermato lei non saprei proprio come avrei fatto” ma quello niente, guarda dritto avanti, si da un’aggiustatina agli occhiali e sbircia il suo orologio da polso. Così sto zitto qualche minuto, guardo avanti come lui e cerco di capire dalla segnaletica stradale dove sono finito e dove sto andando. Solo che non c’è nemmeno un cartello. Niente cartelli e niente curve: solo asfalto e sole.

È una giornata pessima per l’autostop, sa? Con questo caldo non si dovrebbe intraprendere un viaggio su strade desolate come questa. Non ho nemmeno capito di preciso dove siamo” dico sperando che abbocchi e si decida a parlare.  Abbocca: “Questa strada porta in un solo posto, non manca molto, vedrai” e io lo guardo meglio perché questa è esattamente il tipo di risposta che fa girare le palle ad un autostoppista.

Ha la pelle molto chiara ma deve avere bevuto a pranzo o magari ha problemi di circolazione perché è pieno di chiazze rosse sul collo e sul viso. Sto per chiedergli il nome dell’unico posto di cui parla ma quello apre di nuovo la bocca: “Hai mai visto dio, ragazzo?” lo dice come se mi avesse chiesto se guardo il football il venerdì sera. Il sedile inizia a diventare più scomodo e il caldo dell’abitacolo mi fa venire voglia di scaraventarmi fuori dall’auto in corsa. Il caldo e quella domanda sul vedere dio. “Mi scusi ma fa molto caldo e io ho passato un sacco di tempo sotto al Sole, forse potremmo accendere l’aria” dico io solo per sentire la mia voce rompere il silenzio. Fuori è sempre tutto uguale ma il rigagnolo non corre più parallelo alla strada, se ne discosta puntando ad ovest ed è inquietante perché penso che stia scappando via. Come vorrei fare io adesso. “Guarda là, un cane a tre zampe” mi fa con un leggero cenno del capo. Così io mi volto verso il finestrino e un istante dopo il Sole si fa nero e io perdo i sensi.

“Hey Joe, i said where you goin’ with that gun in your hand, oh…”

Mi risveglio con queste parole in testa. Apro gli occhi e li richiudo: capisco che sono ancora in macchina dal rumore del motore. Apro gli occhi e li richiudo: le parole di Hey Joe non le ho in testa, le sta canticchiando il tipo. Ho un dolore sordo e fastidioso alla base della nuca, come se avessi preso un colpo fortissimo. Cerco di alzare un braccio per toccarmi la testa ma non ci riesco. Quando mi rendo conto di essere legato al sedile con del nastro da imballaggio, per associazione di idee, mi ritorna in mente il rigagnolo del cazzo che scappava via. Quanto ha fatto bene. “Scusa se ti ho colpito, devi esserti fatto molto male… ma non preoccuparti, il sangue non scorre più” Il tizio, per la prima volta, si gira verso di me e mi fissa con quei suoi occhialoni da segretaria anni ’50. Dopo un paio di secondi mi rendo conto che ha un occhio solo. Non è che ha perso un occhio e qualcuno gli ha nascosto quello di vetro così io posso vedere l’orbita vuota. Il fatto è che quello ha un solo occhio e basta. Gli manca il sinistro e al posto del bulbo oculare c’è solo una macchia irregolare di pelle leggermente più scura di tutto il resto. Guardo fuori: il paesaggio è cambiato, ora siamo in alto. La strada è ancora larga e desolata ma adesso ci sono curve, salite e discese. Soprattutto salite però.

“DOVE CAZZO STIAMO ANDANDO, PERCHÉ CAZZO MI HAI LEGATO, CHI CAZZO SEI, PORCA TROIA!” urlo. Quello però non si scompone, si aggiusta gli occhiali e guida che è una bellezza. “Ti ho mai parlato di Sara? Sai cosa ho fatto a Sara?” dice quello come se stesse parlando del meteo. Io, adesso, ho decisamente paura. “Se mi lasci qui io non potrei manco dire a ness…” ma quello mi interrompe e dice: “Fra un paio di miglia arriviamo dove riposa Sara. Vedrai non è poi la fine del mondo. Mi dispiace tanto averti coinvolto in questa faccenda ma cerca di capire, ammazzarsi non è una passeggiata e morire da soli, senza il calore del prossimo… che desolazione.” Non riesco a far altro che pensare a mia madre e a quel fottutissimo cane a tre zampe.

Così ora siamo qui, dove riposa Sara. Questo tornante non lo abbiamo fatto e lui mi ha dato una pacca sulla spalla proprio mentre tiravamo giù il guardrail sbilenco. E mentre voliamo per qualche attimo infinito nell’aria del tramonto e il fantasma di Sara prepara la cena per gli ospiti in arrivo, a me tornano in mente le parole di mia madre quando avevo quattordici anni ed uscivo di casa la mattina presto per andare a scuola. E rotolando giù per la scarpata, con le lamiere che ci abbracciano sempre più forte e le sterpaglie, i sassi e i cani a tre zampe che si fanno strada attraverso il parabrezza divelto per colpirci forte, quelle parole vagamente preoccupate di mia madre mi risuonano nel cervello come un mantra per sfigati:

“Mi raccomando, non accettare mai passaggi dagli sconosciuti”.